La mobilità dolce va riscuotendo adesioni sempre più ampie. Tutti gli studi, le ricerche e le statistiche lo confermano: esiste un ampio consenso circa la sua rilevanza pubblica e la sua policy orientata alla qualità della vita e al futuro.

Riflettere sulla mobilità conduce spesso a soffermarsi su temi quali le infrastrutture, la sicurezza, il codice della strada, la pianificazione urbanistica ed i cantieri che realizzano percorsi. Ma il portato della mobilità dolce si sposta sempre più – e con enfasi – su un piano sociale: essa infatti non crea soltanto connessioni tra i luoghi, tra i territori e tra i paesaggi, ma tra le comunità locali e tra le persone, tra città e periferie, tra zone rurali e aree interne, in un mix molto equilibrato tra mercato e relazioni comunitarie.

Le comunità locali: laboratori di innovazione sociale (e di economia della bellezza)

In un contesto di responsabilità pubbliche decrescenti, l’appartenenza ad una comunità, la partecipazione civico-associativa, la mobilitazione di gruppi, comitati e movimenti di impegno civile rappresentano veri e propri cantieri di innovazione sociale.

La mobilità dolce è la risposta più efficace al fallimento dell’idea di mercato produttivista e consumerista degli scorsi decenni: ad essi, sostituisce una “economia collaborativa“, di condivisione, dove le risorse più preziose non sono beni materiali, consumabili o deperibili, ma il tempo, le competenze, la terra, i paesaggi, gli stili di vita e – più in generale – la capacità di creare valore da asset finora sottovalutati dall’economia mainstream.

La definizione che riteniamo più completa e aperta è contenuta nel Libro bianco dell’innovazione sociale scritto da Robin Murray, Julie Caulier Grice e Geoff Mulgan: “Definiamo innovazioni sociali le nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono buone per la società e che accrescono le possibilità di azione per la società stessa“.

Le comunità locali possono essere laboratori di economia civile e di innovazione sociale che indicano la via per contrastare efficacemente il tempo delle risorse sprecate, delle emergenze ambientali, delle crescenti aree di disagio e marginalità, dei modelli di sviluppo basati sulla logica della produttività o del mero profitto.
SIMTUR si rivolge alle forze del privato sociale, all’imprenditorialità “dal basso”, alle comunità di cittadini che si organizzano per soddisfare nuovi e vecchi bisogni, per ottimizzare l’utilizzo delle risorse (umane e naturali) per garantire un miglioramento delle condizioni generali, per tutelare beni comuni o, comunque, per realizzare soluzioni più rispondenti ai propri valori e alle proprie aspirazioni.

SIMTUR associa non soltanto professionisti ma esploratori e ricercatori di bellezza per produrre innovazione sociale nelle comunità locali, nei borghi, nelle aree interne e più fragili del Paese.

SIMTUR tenta di costruire, edizione dopo edizione, una community di persone che guardano al futuro con fiducia, ma anche con senso di responsabilità, promuovendo formule di innovazione sociale imperniate sulle tre dimensioni della sostenibilità: ambientale, culturale ed economica.

Ciò significa andare oltre la dimensione tradizionale dello sviluppo, con rigorosi steccati tra mercato e assistenza, tra formule profit e non profit, tra pubblico e privato: la mobilità dolce si sostiene praticandola, meglio se in modalità comunitarie e collettive, e genera sviluppo grazie a dei ricavi generati dall’attività stessa o alla capacità di chi la promuove di dedicarvi passione, coraggio nelle scelte, impegno, lavoro e coerenza., disegnando opportunità che possano avere un impatto positivo per la società, nel senso più ampio possibile, mirando all’accessibilità universale.

Manifesto BioSlow e piccole patrie

Per l’insieme di questi motivi, SIMTUR propone l’adesione (gratuita) al Manifesto BioSlow, come presupposto imprescindibile per partecipare al progetto piccole patrie, laboratori di economia della bellezza che valorizzano le esperienze di comunità.